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  • la spiaggia

    Postato il 12/5/2007 alle 11:35 - 0 Commenti - Inserisci Commento - Link Permanente

    - Attenta, eh! Adesso vengo lì e ti levo gli slip. - disse Stefano, distante solo pochi metri da Margherite che si muoveva nell'acqua di mare investita dalle onde.  
         - Ma dai, non dire scemenze. - ribatté la donna.
         - Beh, non sarebbe la prima volta, no?
         - Va bene, dai, vediamo se riesci a prendermi.
         - Credi che impiegherò molto tempo ad acciuffarti?
         - No, affatto, ma io non resto qui ad aspettarti. - disse Marguerite mettendosi a nuotare verso la spiaggia distante solo qualche decina di metri.
         Quando Stefano l'ebbe raggiunta, le cinse un braccio attorno ai fianchi e l'attirò a sé.
         - Adesso ti tolgo gli slip.
         Con una mano cercò di toglierle la parte inferiore del costume da bagno. Ma Marguerite, assai poco arrendevole, riuscì a liberarsi dalla stretta.
         - No... dai, non voglio. Non fare il cretino, la gente ci sta osservando.
         Camminò verso la spiaggia senza girarsi indietro. Soltanto quando ebbe raggiunto la riva si girò verso il compagno.
         - Vado ad asciugarmi sotto la tenda. Sono gelata.

     

       Stefano e Marguerite erano giunti a Deauville la sera precedente. Sarebbero rimasti nel celebre luogo di villeggiatura per due settimane, periodo in cui avrebbero assistito alle proiezioni dei film in concorso alla 25a edizione del Festival du Cinema Americain.
         A Deauville si erano conosciuti molti anni prima in occasione della 15a edizione del Festival, dopo di allora non si erano più incontrarti. La loro storia d'amore era durata un arco di tempo molto breve, solo quindici giorni, quanto la durata del Festival. Si erano lasciati scambiandosi un semplice bacio e nessuna promessa di rivedersi.

       A distanza di dieci anni da quell’avvenimento alla redazione del giornale dove Stefano lavorava era giunta una lettera, intestata alla segreteria del Festival di Deauville, indirizzata a lui. Era un invito ufficiale a presenziare alla manifestazione. 
         Era giunto a Deauville verso sera, dopo un lungo viaggio in automobile attraverso la Francia. L’Hilton International Hotel era l’albergo dove la segreteria organizzativa del Festival gli aveva messo a disposizione una camera.
         Preso possesso della camera aveva fatto una doccia tonificante, poi si era recato nella sala da pranzo dell'albergo per consumare la cena. Era intento a gustare un consommè di legumi quando vide Marguerite, la donna con cui dieci anni prima aveva avuto una travolgente, ma breve storia d'amore.
         Marguerite era seduta ad un tavolo poco distante ed era sola. Le andò incontro e la baciò, poi la invitò a prendere posto al tavolo insieme a lui.
         - Hai sempre quella bellissima erre arrotata, tipica di voi parmigiani. - gli aveva detto Marguerite in un italiano quasi perfetto.
         - Tu invece un’amabile erre francese. - sospirò Stefano che non riusciva a capacitarsi di essere di fronte alla donna.
         - Ne sei sicuro?     
         - Cosa hai combinato in tutti questi anni? - le aveva chiesto mentre i camerieri provvedevano a collocare sul tavolo un delizioso piatto di tartare d'ostriche al caviale e un baudruche di frutti di mare.
         - Mi sono dedicata al lavoro, senza lasciarmi sedurre da futili distrazioni. Sono titolare di una rubrica settimanale di critica cinematografica su ParisNoir.
         - Ma va là... e sei sposata?
         - No, non mi sono mai sposata.
         Sul volto dell'amica Stefano aveva notato un certo disagio, come se la domanda l'avesse infastidita.
         - Hai qualche rimpianto.
         - Beh, sono stati anni duri, pieni di sacrifici e privazioni. Ho perseguito l’obiettivo di realizzarmi professionalmente e ci sono riuscita. A volte però, quando sono triste e sola, ho il dubbio di aver buttato via gli anni migliori della mia vita.
         - Sei legata sentimentalmente a qualcuno?
         - Lo sono stata. Con un uomo in particolare, ma adorava le droghe e qualsiasi roba lo facesse morire, così un bel giorno se n'é andato, trascinato via dal suo desiderio di morte.
         - Mi spiace.
         - E di cosa?
         - Che tu non sia felice.
         - E tu lo sei?
         - Io? Credevo di esserlo, poi mi è precipitato tutto addosso.
         - Perché?
         - Ho costruito la mia vita in funzione di una donna, poi un bel giorno mi ha lasciato per un altro uomo.
         - Ah! E ora?
         - Niente! Noi uomini siamo dei cretini. Desideriamo una donna non per quello che è, ma per come ci piace immaginare che sia. Così ogni volta andiamo incontro a delusioni.
         - Beh, a noi donne succede la medesima cosa, che ti credevi.
         Terminata la cena Stefano e Marguerite avevano continuato a conversare accomodandosi nel salone delle feste dell'Hotel. Verso mezzanotte, stanco per il lungo viaggio, Stefano si era congedato dall’amica e si era ritirato in camera. Solo allora, nell'intimità della stanza, aveva ripensato a quanto era stato strano l'incontro con Marguerite.

     

       Dopo che Marguerite era uscita dall'acqua Stefano la seguì dappresso. Si liberarono dei costumi bagnati e indossarono l'accappatoio, poi si rifugiarono sotto la tenda ad arco posta sulla spiaggia. Stretti l'uno all'altra al riparo del vento restarono a guardare il mare. Quello era il momento in cui il sole spariva all'orizzonte inabissandosi fra le acque. La spiaggia era quella di Houlgate, piccolo paese sul Mar della Manica.
         - Lo sai che strada è questa? - aveva chiesto Marguerite a Stefano mentre percorrevano in automobile la strada che da Deauville costeggia il mare in direzione di Caen.
         - Ha qualcosa di speciale?
         - E dai! Un cinefilo come te, lo dovrebbe sapere.
         - Posso provare ad indovinare se vuoi, ma non lo so.
         - Non ti dice niente Anouk Aimée? E... Jean-Louis Trintignant?
         - Dovrebbero?
         - Dai, non fare il cretino. E... Claude Lelouch?
         - Ah, si, ora ricordo. Stai parlando del film Un uomo e una donna, vero? Vuoi forse dirmi che il film è stato girato su questo lungomare?
         - Sì, proprio così, le scene dei lunghi viaggi notturni in auto da Parigi a Deauville sono state girate sul lungomare di Houlgate. Come puoi averlo dimenticato.
         - Certo che lo ricordo sciocchina, come potrei scordarlo, dieci anni fa mi ci portavi ogni giorno su questa strada.  

    .

        Stefano aveva conosciuto Marguerite dieci anni prima al bar dell'albergo dove entrambi erano ospiti. Marguerite era un tipo di donna che non passava inosservata. Sprigionava una tale bellezza da lasciare gli uomini senza fiato. I suoi occhi erano di un colore turchino, ma erano occhi che potevano assumere sembianze diverse a seconda delle ore del giorno: colmi di speranza, collerici, oppure nauseati. 
        Stefano aveva imparato a conoscere l'umore di Marguerite dal movimento delle ciglia, che sbatteva di frequente quando qualcosa o qualcuno la disturbava.
         Alta, non troppo magra, dal naso fiero e leggermente all'insù, possedeva una bocca ben modellata e le labbra sembravano disegnate da un artista. Portava i capelli lunghi e lisci di un colore biondo platino che le giungevano fino alle spalle. Qualsiasi giornalista presente al Festival avrebbe desiderato fare l’amore con lei. Si era sentito inibito di fronte a una donna come Margherite, e non si sarebbe certo sognato di stringerla fra le braccia anche per un solo istante.
         La storia d’amore con Margherite era iniziata per caso, un pomeriggio che Stefano si era scordato a letto. Marguerite aveva messo piede nella stanza d'albergo dove  Stefano riposava senza premurarsi di bussare alla porta o citofonargli il suo arrivo, insultandolo perché non si era presentato all’appuntamento che avevano fissato per le quattro.
         - Mi spiace, hai ragione, mi sono appisolato e...
         - Dai! Sono quasi le cinque, fra venti minuti inizia la proiezione del film di Zemeckis. Scendi giù dal letto e andiamo là!
         - Ma... sono nudo!
         Marguerite, contrariamente a quanto si sarebbe aspettato non rimase, affatto, sorpresa da quella notizia. La vide togliersi gli abiti di dosso e infilarsi sotto le lenzuola accanto a lui lasciandolo esterrefatto.

       Dietro l'aspetto pubblico di donna disinibita, capace mettere in imbarazzo gli uomini che la circuivano, si nascondeva l’identità di una donna poco passionale. A letto Marguerite si era mostrata fredda mentre Stefano la scopava e ne era rimasto deluso perchè non era riuscita a raggiungere l'orgasmo.
         Quel pomeriggio non presenziarono a nessuna delle proiezioni. Lasciarono la stanza da letto soltanto verso l'ora di cena. In quella occasione Marguerite gli aveva rivelato che non aveva mai raggiunto l'orgasmo nemmeno masturbandosi da sola. L'importante, pensava, era che gli uomini provassero piacere stando con lei e ammirassero la bellezza del suo corpo, tutto il resto era irrilevante, diceva.
         Verso mezzanotte si erano ritirati di nuovo in camera ed avevano fatto l'amore nel letto di Marguerite. Ma per quanto Stefano si fosse applicato, sollecitandola in ogni anfratto del corpo, non era riuscito a provocarle alcuna sensazione di piacere, se non qualche breve mugolio.
         L'alba li aveva sorpresi distesi nel letto, l'uno vicino all'altra, ancora addormentati. Stefano si era eccitato al pensiero che una donna bellissima come Marguerite non avesse mai raggiunto una sola volta l'orgasmo. Aveva preso possesso del corpo di Marguerite appena svegli scopandola con rinnovata passione, ma ogni sforzo era risultato vano perché non gli era riuscito di farle raggiungere l’orgasmo. Erano rimasti a letto per tutta la mattinata prima di presenziare alla consueta conferenza stampa del mezzogiorno. A lungo le aveva lambito la fica con la bocca leccandogliela fino allo sfinimento, avendo la percezione che Marguerite non era così insensibile ai piaceri della carne come voleva fare credere. 

       Durante la seconda settimana del Festival, Stefano e Marguerite avevano continuato a fare coppia fissa, sia a letto sia sul lavoro. La notte precedente il gran gala delle premiazioni si erano ritrovati a fare una corsa in auto verso Houlgate.
         Durante i giorni del festival avevano fatto l'amore un’infinità di volte, in tutti i modi e in tutte le posizioni, senza che Marguerite raggiungesse un vero orgasmo. Quell'ultima sera si erano ritrovati abbracciati sulla spiaggia un’ultima volta.
         - Domani non saremo più insieme. Sono stata bene con te, e tu?
         - Anch'io. - l'aveva rassicurata Stefano.
         L'acqua dell'oceano, che a quell'ora della notte aveva raggiunto il picco più alto dell'alta marea, distava solo pochi metri dai loro piedi. Avevano preso posto sotto il muretto che separa la spiaggia dal marciapiede lungo la passeggiata a mare. Sulla sabbia avevano riposto una coperta di lana che si erano portati dietro prendendola  a prestito dalla camera d'albergo, un'altra avvolgeva i loro corpi riparandoli dal freddo e dall'umidità della notte.
         - Pensi che ci rivedremo ancora? - gli aveva chiesto Marguerite quasi implorante.
         Stefano non le aveva risposto, l'aveva attirata a sé e baciata. Nemmeno aveva avuto bisogno di calarle le mutandine perché Margherite non le portava mai. Aveva abbassato il capo fra le cosce di Marguerite, proteggendosi alla vista della gente con la coperta stirata sopra i loro corpi. Ancora una volta la sua bocca aveva sfiorato la fica. Dopo che Marguerite aveva cominciato a dimenarsi ed ansimare Stefano aveva aumentato i movimenti della bocca succhiandole il clitoride. Margherite aveva cominciato a contorcersi lottando per liberarsi dalla stretta.
         - Godo... Goodo... Goooodo... - urlò.
         Margherite aveva pronunciato quelle parole in italiano cercando di sciogliersi dall'abbraccio di Stefano che invece manteneva premuta la bocca sulla fica. Un urlo liberatorio le era uscito dalla gola ed era andato a confondersi col fragore delle onde che si spegnevano sulla spiaggia. 
       Quando Stefano aveva sentito il corpo di Marguerite vibrargli fra le braccia l’aveva penetrata e sentita raggiungere l’orgasmo.

        

       A distanza di dieci anni Stefano e Marguerite si erano ritrovati di nuovo sdraiati l'uno accanto all'altra, nella medesima spiaggia dove avevano fatto l’amore l’ultima volta. Entrambi avevano da poco superato i quarant’anni ed erano più maturi di quanto non lo erano quando si erano incontrati per la prima volta. Marguerite non portava più i capelli lunghi fino alle spalle, adesso li aveva corti e le coprivano a malapena le orecchie.
         - Non hai trovato strano l'invito che la direzione del Festival ti ha fatto pervenire?
         - Sì, ma ancor più strano è stato il ritrovarti dopo tanto tempo.
         - Hai ragione sono stata io ad inserirti nella lista dei giornalisti da invitare. Ho usato il poco fascino che ancora mi rimane, ed eccoti qua.
         - Perché lo hai fatto? Nostalgia o cos'altro?
         La domanda di Stefano giunse a Marguerite non del tutto inaspettata, prima o poi avrebbe dovuto spiegargli il motivo di quell'invito. Trattenne il respiro e guardò Stefano negli occhi.
         - Desidero un figlio! E lo voglio da te.
         I rumori della spiaggia parvero ammutolirsi coperti dal fragore di quell'affermazione. Una strana sensazione s'impadronì di Stefano, ma non era né sgomento né terrore. Si sentiva a disagio e del tutto impreparato ad una simile richiesta.
         - Può sembrare una pazzia, lo so, ma ciò che ho provato quella notte, su questa stessa spiaggia, non l'ho più provato con nessun altro. Di uomini ne ho avuti nella mia vita. Ma con te ho imparato a godere. Tu sei stato l'unico capace di farmi sentire una vera donna.
         Stefano si fece ancora più serio e riuscì a biascicare solo poche parole.
         - Non so cosa risponderti. Il tuo discorso mi ha colto di sorpresa.
         - Quello che ti chiedo, è di fare all'amore con me, ancora una volta. - disse Marguerite, quasi implorandolo.
         Stefano si alzò in piedi, raccattò le poche cose che si era portato in spiaggia e prese la direzione delle cabine, Marguerite lo seguì dappresso tenendosi a breve distanza. Quando si trovarono dinanzi alla cabina dove la donna aveva riposto gli abiti, Stefano le fece segno d'entrare.
         La cabina era strettissima, a stento conteneva due persone. Stefano chiuse la porta dietro di sé, le slacciò la cintura dell'accappatoio e appoggiò le mani sulle spalle nude di Marguerite. Dall’ultima volta che l’aveva vista nuda non era cambiata. I capezzoli rosati si ergevano appuntiti sui seni minuti a forma di calice e le conferivano un aspetto fine ed austero, così come i peli dorati che le sovrastavano il pube. Gli occhi, avevano mantenuto il colore turchino, ma sembravano spenti.
         - Perché vuoi un figlio da me? - Le chiese guardandola nelle pupille.
         - Perché sono sola... non ti basta questo?
         - Avresti potuto trovare decine d'altri uomini disposti a fare l'amore con te, perché hai scelto me?
         - Te l'ho detto... sei stato il primo a farmi raggiungere l'orgasmo. Prima di te nessun altro c'era riuscito e questo non l'ho mai scordato.
         Marguerite gli liberò la cintura dell'accappatoio, appoggiò le ginocchia sopra il pavimento di legno e prese l'uccello fra le dita, poi lo infilò nella bocca. Stefano appoggiò la schiena contro la parete e lasciò che la donna proseguisse nella sua azione. Marguerite non era più la donna sprovveduta che Stefano aveva conosciuto, ora ci sapeva fare e partecipava attivamente alle sollecitazioni delle mani che appoggiate al capo accompagnavano i movimenti della bocca sull'uccello. Non ebbe bisogno di prepararla prima di penetrarla, tanto Marguerite era eccitata e ansimante. Mise la compagna cavalcioni puntellandole la schiena contro la parete di legno della cabina, poi la penetrò.

       Stefano era stato il primo uomo capace di farla venire. Le aveva insegnato a soddisfare sé stessa, ma soprattutto a liberarsi dell'insana auto ammirazione di cui era prigioniera. Margherita desiderava rimanere incinta di Stefano come lo era rimasta dieci anni prima. Per nessuna ragione avrebbe confidato a Stefano quel segreto. Lo avrebbe custodito dentro di sé per sempre.
         Il figlio che avevano concepito non era mai nato. Quando si era resa conto d'essere incinta aveva preferito abortire preferendogli la carriera. Stavolta non avrebbe commesso lo stesso errore. Desiderava un figlio più di ogni altra cosa al mondo. Se fosse nato maschio gli avrebbe imposto il medesimo nome del padre: Stefano, oppure Stefania se fosse stata femmina.

     

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    Ourania

    Postato il 6/4/2007 alle 07:08 - 1 Commenti - Inserisci Commento - Link Permanente

    Mentre il cameriere ci serviva, sentii Ourania attaccare discorso con la donna.
    Sorpreso dall’iniziativa della mia ragazza, mi voltai porgendole la coppa di champagne: Ourania la prese, continuando a chiacchierare con Barbara della festa e del desiderio di entrambe di chiudere la serata e di ritirarsi per la notte.
    Sorseggiando la mia ennesima coppa di champagne, le udii lamentarsi delle scarpe con il tacco alto, e della tortura alla quale, da ore, stavano sottoponendo i loro piedi.
    Risero e scherzarono sull’argomento, trovandosi perfettamente d’accordo sul fatto che tutte le donne avrebbero sopportato qualunque supplizio pur di risultare belle ed affascinanti.
    Mentre le ascoltavo, il profumo di Barbara, un profumo delicato ma intenso e raffinato, mi riempì meravigliosamente le narici.
    Era un profumo a me sconosciuto, completamente diverso da quello della mia donna, ma perfetto per quella meravigliosa creatura dalla pelle così eroticamente scura.
    Approfittai di quell’insperata occasione per osservarla meglio e per apprezzare, ancora più nel dettaglio, il suo fascino travolgente.
    Di qualche anno più grande di noi (e quindi non lontana dalla quarantina), Barbara era una donna di un sex-appeal incredibile: labbra morbide, occhi neri e penetranti, denti candidi e perfetti, seno abbondante, curve da capogiro, fasciata come un guanto nel suo abito bianco, Barbara era la femminilità fatta persona, la seduzione nella sua massima espressione.
    E mentre la osservavo, pensieri non propriamente leciti iniziavano a passarmi nella mente: mi trovavo, con sempre maggiore frequenza, ad osservarle le nude spalle ed il lungo collo, o ad immaginare dove avrei desiderato sentire le sue morbide labbra.
    Di certo ne avrei parlato ad Ourania di questi miei pensieri, quella notte stessa, mentre facevamo l’amore, sapendo che la sua reazione non mi avrebbe di certo deluso.
    Ci saremmo eccitati pensando a quella donna, immaginando magari di averla nel letto con noi: d’altronde, dopo tutte le fantasie che con lei avevo fatto vagheggiando la presenza di un altro uomo, per una sera mi sarei preso anche io il mio sogno erotico personale !!
    E Ourania non avrebbe sicuramente avuto nulla in contrario.
    Anzi.


    Mi inserii anche io nelle loro chiacchiere, facendo qualche battuta, e strappando risate alle due donne, ma l’urgenza di scendere in cabina con Ourania si era fatta veramente pressante, turbato e sessualmente eccitato, inutile negarlo, dalla vicinanza di Barbara.
    Lo so, detto così non sembra certamente bello nei confronti di Ourania.
    Una assoluta mancanza di rispetto nei riguardi di quella che era la mia compagna.
    Ma la verità era che quella donna di colore mi aveva fatto letteralmente girare la testa.
    E le abbondanti libagioni della festa, ad essere onesti fino in fondo, c’entravano solo in minima parte.


    Fu per questa ragione che cercai un motivo qualunque per trascinare via Ourania e togliermi da quella situazione che si stava facendo, minuto dopo minuto, sempre più imbarazzante.
    Ma nel preciso istante in cui mi accingevo a salutare Barbara e a trascinare via Ourania, lei mi prevenne, andando però nella direzione diametralmente opposta a quella dove sarei voluto andare io, e gettandomi in uno stato quasi doloroso di aspettativa e di dubbio.
    - Senti, Barbara… perché non scendi in cabina da noi… ci beviamo un ultimo bicchiere prima di andare a dormire… ho visto che il frigo-bar è veramente ben fornito… -
    Imprecai mentalmente.
    Ma che diavolo le passava per la testa ? Che bisogno c’era di attardarsi ancora ?
    Ve lo giuro: sperai ardentemente che quella meraviglia di donna rifiutasse l’invito di Ourania, che adducesse qualche scusa per sganciarsi da noi.
    Non mi andava di sentirmi ancora più eccitato da lei.
    Ero sicuro che non avrei potuto nascondere il mio stato ancora per molto.


    Abuso carnale

    Postato il 11/3/2007 alle 07:15 - 0 Commenti - Inserisci Commento - Link Permanente

       - Fermati!
         - Perché?
         - Ti ho detto di accostare la Volvo. Subito!
         L'autovettura rallenta la marcia. Accosta le ruote al bordo del marciapiede e rallenta la corsa. Abbandono Fabrizio al posto di guida e scendo dall'auto quando le ruote sono bloccate in modo definitivo.
         - Ma dove vai a quest'ora di notte? Dai non fare la cretina... torna qui. - urla il mio compagno sporgendosi dalla portiera.
         - Col cazzo! Ma per chi mi hai preso... per una troja?
         - Ma dai... dicevo per burla.
         - Beh, certe proposte non mi piacciono per niente. Capito! La prossima volta vai a farle a tua sorella!
         - Dai, torna dentro.
         - No.
         - Ti chiedo scusa.
         - Scusa? Prima offendi e poi mi chiedi scusa. Ma va là.
         Cammino avanti e indietro sul marciapiede, dubbiosa sul da farsi, poi mi giro verso di lui.
         - Vattene! Che aspetti? Vai via! - urlo incazzata.
         - Oh, ma allora sei davvero stronza!
         - Sì, lo sono. E allora?
         - Ma vaffanculo.
         Fabrizio chiude la portiera della Volvo. Innesta la marcia e riprende la corsa. Resto a guardare le luci di posizione dell'autovettura mentre scompare alla mia vista, poi m'incammino in direzione di Piazza Picelli.

    La notte è satura degli odori sparsi nell'aria dai fiori dei tigli piantati per ornamento ai lati della strada. Mi fermo sotto un lampione e osservo l'orologio al polso: segna le due. Riprendo a camminare per Via Cocconcelli, spopolata di persone, ricca soltanto di autovetture parcheggiate ai due lati della strada.
         In questo quartiere ci sono nata e ci abito. I borghi, le piazze e le case, sono andate degradandosi per la massiccia presenza negli anni sessanta di emigrati meridionali e più recentemente di extracomunitari, ma il quartiere ha mantenuto intatta la sua identità popolare. Il lastricato del marciapiede è in cattivo stato, pieno di avvallamenti. Mentre cammino l'unico rumore che avverto è quello dei tacchi delle mie scarpe che martellano la pavimentazione stradale. 
         Una autovettura sopraggiunge alle mie spalle nel momento in cui raggiungo l'incrocio con Via Imbriani. L'auto dà l'impressione di rallentare la corsa. Il conducente accende i fari delle luci abbaglianti e li dirige verso di me illuminando la mia figura. La luce buca l'abito da sera che indosso rendendolo in una certa misura più trasparente di quello che è.
         Ho un attimo di smarrimento. Istintivamente giro il capo in direzione del guidatore, quasi per dimostrargli che non sono intimidita dalla sua presenza. Proseguo nella mia marcia, anche se mi convinco sempre più che girare sola di notte, specie in questo quartiere, è una cosa da evitare. 
         Dopo che ha rallentato la corsa fino a fermarsi l’autovettura riprende a muoversi e sparisce lasciandomi nuovamente sola. Imbocco via della Costituente e lascio alle mie spalle Piazza Picelli. In prossimità dell'osteria dell'Oca Morta scorgo un gruppo di africani dalla pelle scura intenti a confabulare fra di loro. Intimorita dalla loro presenza decido di traghettare sul marciapiede sul lato opposto della strada. 
         Sento addosso i loro sguardi ed ho l'impressione che stiano scrutando ogni centimetro quadrato del mio corpo. Mi muovo con finta disinvoltura dissimulando la paura che mi angoscia. D'incanto smettono di parlare. Gocce di sudore mi scendono dalla fronte rigandomi il viso. Una goffa risata scaturisce dalla bocca di un africano del gruppo e contagia i compagni che all'unisono ridono tutti insieme.
         Cammino speditamente ignorando, per quanto mi è possibile, la loro presenza, fino al momento in cui svolto in Vicolo dei Grassani sottraendomi alla loro vista. Finalmente posso tirare un respiro di sollievo. Ancora un centinaio di metri e sarò dinanzi alla mia abitazione. 

    Borgo Paglia è appena dietro l'angolo. La casa dove abito è un vecchio edificio recentemente ristrutturato. Occupo un appartamento in affitto al primo piano. Ci sono venuta ad abitare un anno fa quando sono andata a vivere da sola.
         La strada, angusta e male illuminata, è resa ancora più stretta dalla presenza di numerose autovetture parcheggiate, a scavalco, sul marciapiede a lato della fila di case appiccicate l'una all'altra. Tolgo dalla borsetta il mazzo di chiavi e mi preparo ad aprire il portone di casa.

    Fra le dita stringo la chiave che dovrà servirmi ad aprire la serratura del portone. Sto per entrare quando una mano mi cinge la vita e un'altra mi serra la bocca. 
         Mi agito e cerco di divincolarmi. Vengo sospinta nell'andito e gettata a terra. L'assalitore si mette cavalcioni sopra di me. Nella mano agita un coltello la cui lama intravedo luccicare quando viene colpita dalla luce che fluisce dall'anta del portone semiaperto.
         L'uomo ha il volto coperto da una calza di nylon. E' un tipo tozzo, muscoloso, di grossa statura, del tutto identico a Fabrizio. Sospinge la punta metallica della lama a contatto della trachea minacciandomi affinché non mi metta ad urlare. 
         - Se fai la brava e mi assecondi non ti succederà nulla, altrimenti. Ti ammazzo. Capito!
         L'intonazione della voce ha un'ascendenza meridionale, ma sembra artefatta. Dolorante alla schiena resto immobile al suolo senza proferire parola. L'uomo afferra la borsetta e l'apre. Rovista con la mano nell'interno fintanto che scova borsellino e portafoglio. Senza aprirli se li ficca nella saccoccia del giubbotto, poi prende a minacciarmi di nuovo con la lama del coltello.
         - Mettiti in ginocchio. - ordina.
         Lo assecondo e mi genufletto ai suoi piedi in attesa della prossima mossa. Sbottona la patta dei jeans ed estrae il cazzo. 
         - Succhia! - Mi intima con la determinazione di chi non è abituato ad ammettere repliche. 
         Dalla porta scostata filtra la debole luce dell'illuminazione pubblica della strada e rischiara l'andito. L'uomo volge le spalle alla sorgente luminosa e a malapena né distinguo i lineamenti. Tutt’a un tratto mi sento afferrare per i capelli. Vengo sospinta con forza verso il rotolo di carne che il mio fantomatico aggressore ha tirato fuori dai pantaloni. 
         - Succhia! - m'ingiunge di nuovo. 
         Il cazzo sfiora le mie labbra. È' avvizzito e puzza di piscio.
         - Prendilo in bocca. Dai!
         Resto indifferente alle sue sollecitazioni, fintanto che la punta della lama giunge di nuovo a contatto con la mia pelle, appena sotto la mandibola.
         - Succhia o ti faccio fare una brutta fine. Te lo dico per l'ultima volta.

    Prendo nella mano il cazzo e conduco la cappella alla bocca. Esito prima d'introdurla fra le labbra, poi la inglobo per intero spingendola nella cavità. Sorreggo il cazzo lavorandolo di cuore e di braccia fintanto che inizia a inturgidirsi fra le labbra. E' una sensazione inconsueta, straordinaria, eppure di cazzi ne ho succhiati in grande quantità prima d'ora! Sniffare l'odore che emana un cazzo mentre lo spompino è quanto di più eccitante può capitarmi. 
         Quello che stringo fra le labbra puzza di piscio in maniera esagerata, ma sa procurarmi uno stato di eccitazione come e più degli altri che ho succhiato prima di stasera: forse a renderlo gustoso è la particolare situazione in cui sono venuta a trovarmi. Dopo un po' che succhio ho la fica bagnata fradicia. Conduco la cappella in gola fino a sfiorare le fauci. Al contempo ruoto nervosamente la mano intorno al cazzo fasciandolo per intero in modo d'acquietare il piacere dell'uomo che sta davanti a me.
         Godo! Cazzo se godo! Vorrei dirglielo, ma non so decidermi a farlo. Infine ci rinuncio. Spompino il cazzo come una forsennata lordandolo di saliva per facilitarne lo scorrere nella bocca.
         Che troja che sono! 
         L'assalitore pone la mano sul mio capo e con forza mi attira a sé. Ho un rigurgito di vomito. Inizio a tossire e caccio fuori il cazzo dalla bocca. Sono confusa. La situazione in cui mi sono cacciata è pesante. L'uomo mi sistema carponi obbligandomi a tenere le mani poggiate sul pavimento e il culo sollevato. Avvicina le dita umide di saliva allo sfintere e lo penetra con un dito. Ho un sussulto provocato dal dolore e mi ritraggo in avanti.
         - Stai ferma! Non ti farò male.
         Ruota il dito nella cavità, poi lo ritrae. Sputa di nuovo saliva sulle dita e prosegue nella sua opera dilatandomi il buco del culo.
         - Lasciami fare. Capito!
         Attendo con trepidazione il momento in cui sarò penetrata dal cazzo. L'uomo si mette cavalcioni, semiseduto sul mio culo e accosta il cazzo ai glutei. Aiutandosi con la mano conduce la cappella a contatto della cavità. Non oppongo resistenza. Anzi, faccio di tutto per rilassare la muscolatura dell'orifizio anale e accogliere per intero il cazzo dentro di me. Nell'attimo in cui lo sento risalire nella parete intestinale mi scoppia in gola un urlo di dolore, ma riesco a trattenerlo.
         - Ferma!... Ferma! - sollecita l'uomo.
         Ormai l'ho tutto dentro. Percepisco nella sua interezza il corpo estraneo che è penetrato nel mio intestino. L'uomo si muove con cautela, inanellando lievi movimenti del bacino, sospingendo avanti e indietro il rotolo di carne che tiene ritto fra le cosce. Mordo le labbra fra i denti per mitigare il dolore che avverto all'ano, ma dopo un po' il bruciore e la sofferenza fisica si trasformano in gradevole piacere e anch'io inizio a godere. 
         Il mio assalitore aumenta il ritmo dell'inculata estraendo più volte la cappella dall'ano dilatandomi il muscolo dello sfintere. Ogni volta che la cappella mi penetra ho l'impressione che il cuore stia per uscirmi dal petto. Godo come una pazza nell'attimo in cui il cazzo risale nell'intestino.
         Semiseduto, con le gambe divaricate e flesse ai lati del mio bacino, tiene il cazzo infilato nel culo e continua a scoparmi senza tregua. Tutt'a un tratto mi sento afferrare i capelli e mi trovo di nuovo inginocchiata ai suoi piedi col cazzo in bocca. Vuole che lo faccia venire di bocca ed anch'io lo desidero. Prendo nella mano il cazzo e, mentre lo succhio, glielo meno velocemente. 
         Un fiotto di sperma precede quelli che in breve successione escono dalla cappella riempiendomi la bocca. Deglutisco il fluido lattiginoso ingerendolo fino all'ultima goccia nell'esofago. Sto ripulendo con la lingua la cappella, asportando i residui di sperma, quando l'uomo si ritrae e si allontana da me. Senza dire una parola corre via lasciandomi inginocchiata nell'andito di casa. 
         Ho le ossa a pezzi. Mi rialzo e tiro su le mutandine. Avverto un forte dolore alle ginocchia, ma non ci faccio troppo caso. Premo l'interruttore della luce e il corridoio s'illumina. Raccolgo la borsetta e chiudo il portone di casa, poco dopo sono sotto la doccia.
         A letto, sotto le coperte, ripenso a quanto mi è accaduto. Sono soddisfatta della sceneggiata che Fabrizio ed io abbiamo messo in piedi. Trovare nuovi modi di fare l'amore vuole dire tenere in vita il nostro rapporto. Mi addormento quasi subito, indebolita, ma rilassata.

     

    La suoneria del telefono mi desta dal sonno in cui sto sprofondata da stanotte. Apro un occhio e alzo il capo da sotto il lenzuolo. Sbircio in direzione della finestra. I battenti sono semichiusi. La luce del giorno filtra attraverso le fessure e rischiara la stanza. Allungo la mano e porto all'orecchio il ricevitore del cordless che sta sul comodino.
         - Pronto... - sussurro, con voce rauca.
         - Ciao... tutto bene?
         A malapena distinguo la voce di Fabrizio.
         - Ciao amore... - dico, felice.
         - Sono dispiaciuto per ciò che è accaduto ieri sera.
         - Ma dai... che dici.
         - Lo so, sono stato un cretino a comportarmi così.
         - No, avevi ragione tu. Meritavo d'essere trattata in quel modo.
         - Dici?
         - A dire il vero mi hai fatto male, ma ti perdono.
         - Sei un tesoro.
         - La prossima volta però non fuggire via così.
         - Sarei voluto tornare indietro, ma dopo che ti ho lasciata sul marciapiedi ero talmente arrabbiato che ci ho rinunciato.
         - Come sarebbe a dire...
         - Sì, hai capito bene. Avrei dovuto farlo, ma non l'ho fatto. Per questo ti chiedo scusa.
         - Scusa? Ma allora chi era...
         - Chi era chi?
         - Niente, stavo pensando ad alta voce.
         - Mi perdoni?
         - Sì, ti perdono, ma ora lasciami dormire.
         - Bacio?
         - Sì... bacio.
         Schiocco le labbra in modo che il suono sia udibile all'altro capo del telefono e saluto Fabrizio.
         - Ciao.
         Mi accuccio sotto il lenzuolo e resto lì, tremante, frastornata dalla rivelazione. Cazzo! Ho rischiato d'essere ammazzata e neanche me ne sono accorta. L'unico rammarico che ho è per la patente e i documenti che mi toccherà rifare, ma ne valeva la pena.

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    La degente

    Postato il 16/2/2007 alle 06:15 - 1 Commenti - Inserisci Commento - Link Permanente

    Le infermiere si affrettano nel riassestare il letto. Disinfettano l'armatura metallica del telaio e con cura riordinano il comodino. Seduta su una sedia, nel corridoio della clinica, una anziana donna è in attesa di occupare l'umile giaciglio. Prima di lei altre donne sono giaciute su quel materasso, molte sono guarite ed hanno preso la strada di casa, altre quella più vicina dell'obitorio.
         Con Elena avevo fatto conoscenza una notte della primavera scorsa quando ero di guardia in ospedale.
         - Dottore, c'è un nuovo ricovero. - mi destò dal sonno una voce femminile al telefono.
         - Vengo subito. - risposi.
         Mi alzai da letto, infiali pantaloni e camice, e abbandonai la stanza che ospita il medico di guardia.
         Nell'ambulatorio delle urgenze trovai una donna semincosciente sdraiata sul lettino.

    Avvelenamento da barbiturici stava scritto sul foglio di ricovero del Pronto Soccorso che l'infermiera mi consegnò. Il referto includeva l'elenco dei provvedimenti terapeutici posti in atto dal momento del ricovero. La lavanda gastrica aveva risolto l’effetto devastante dei farmaci ingeriti.
         Andai alla ricerca del battito di un'arteria tastandole il polso. Il ritmo era bradicardico. Le pulsazioni al disotto delle sessanta il minuto. Passai la fascia dell'apparecchio della pressione attorno al braccio, premetti più volte la pompa dell'aria lasciando che il mercurio scendesse lentamente dalla colonnina. La pressione massima era di 85 mm. La minima di 60 mm.
         - Mettiamole una fisiologica da 500 c.c. ed eseguiamo un elettrocardiogramma - dissi rivolgendomi ad una delle infermiere che mi assisteva.
         Il colorito del viso della donna era di un pallido disarmante, ma non tale da preoccuparmi. Lo studio della semiologia mi ha insegnato che nei casi di avvelenamento da barbiturici è normale che il paziente presenti un colorito pallido.
         La donna dimostrava una trentina d'anni o poco più. Il viso, privo di trucco, le conferiva un'aria angelica. I capelli di colore castano avevano delle striature più scure. Indossava una vestaglia da camera, di seta, che le giungeva fino ai piedi. Una delle infermiere ripose l'elettrocardiografo a lato del lettino, allontanò i lembi della vestaglia e le tolse il reggiseno. Le tette erano vistose, in altre occasioni le avrei definite in altro modo tanto erano perfette nella loro forma. I capezzoli di colore nocciola avevano una forma estesa. Le punte erano stranamente inturgidite.
         L'infermiera dispose gli elettrodi sulla parete toracica di sinistra fino ad arrivare al cavo ascellare. Il pennino dell'elettrocardiografo prese a muoversi. Il tracciato era normale; non c'era nessuna traccia d'alterazioni cardiache.
         - Va bene, dai, mettiamola a letto. Domani mattina fatele i prelievi di sangue di routine - dissi rivolgendomi alle infermiere.
         - Controllate piuttosto che i parenti siano stati avvisati. Se nessuno l'ha fatto, informate il posto di polizia dell'ospedale, ci penseranno loro a contattarli.

    L'indomani mattina abbandonai la clinica senza prendermi cura dei pazienti affidati alle mie cure. Tornai in ospedale solo nel tardo pomeriggio. A quell'ora sono solito esaminare i referti degli esami ematici e di radiologia eseguiti nella mattinata. La paziente che avevo soccorso la notte precedente stava coricata sul letto. Presi la cartella clinica e diedi un'occhiata ai referti degli esami di sangue.
         - Come sta signora Ferrari? Lo sa che ha corso il rischio di lasciarci la pelle?
         Pronunciai la frase con l'indifferenza di chi da troppo tempo è abituato a convivere con sofferenza e dolore.
         - Sto meglio... molto meglio.
         Il viso, seppure pallido, aveva perso il colorito spento della notte precedente. La pressione arteriosa e il polso avevano ripreso i valori normali. Stava semisdraiata sul letto, indifesa, sconcertata dalla singolare situazione in cui era venuta a trovarsi. I lineamenti del viso erano fini. Il modo di porsi e di comunicare erano quelli di una donna colta. Diedi un'occhiata alla cartella clinica. Là dove era indicata la professione c'era scritto insegnante.
         - Allora lei insegna? - dissi spezzando l'alone d'imbarazzo che si era instaurato fra noi.
         - Sì, al liceo Manzoni. Insegno lettere e filosofia.
         - Ah... bene, da ragazzo avevo desiderato frequentare il liceo. Purtroppo i miei genitori preferirono iscrivermi ad un istituto per geometri. Dopo la maturità ho intrapreso gli studi universitari. Ed ora eccomi qui a fare il medico.
         Pronunciai quelle parole sorridendo. Forse perché contagiata dal mio modo di fare si lasciò sfuggire un timido sorriso. In quell'attimo fugace colsi nei suoi occhi una luce speciale.
         - La lascio riposare, ci vediamo domani mattina. Avrò più tempo da dedicarle. Completeremo la cartella clinica.
         Abbandonai la stanza seguito a breve distanza dall'infermiera.
         - Domani mattina fatele i test per l'epatite e quelli per l'aids. Gli esami ematici evidenziano un rialzo delle transaminasi, non vorrei che i valori celassero qualche infezione di tipo virale.

    Il giorno seguente, come promesso, mi recai dall'insegnante per redigere la storia clinica. Il suo aspetto era migliorato. Sul viso notai un lieve cenno di trucco, segno di un ritorno alla normalità.
         - Come sta oggi la mia malata?
         - Bene dottore, il momento critico è passato.
         Mi accomodai su di una sedia accanto al letto e aprii la cartella clinica.
         - Le porrò alcune domande molto personali. Potrebbero sembrarle inopportune, ma non posso esimermi dal farle. Innanzi tutto vorrei chiederle cosa è successo.
         Abbassò le ciglia e intrecciò le dita delle mani con forza, poi iniziò a parlare.
         - E’ successo che ho scoperto che il mio uomo mi tradiva con la mia migliore amica. Succedeva quando mi assentavo da casa per andare a Milano da mia madre. Domenica uno sciopero improvviso del personale viaggiante delle ferrovia mi ha costretta a fare ritorno a casa. Nella stanza da letto ho sorpreso mio marito che faceva l'amore con Claudia, una mia vicina di casa.

    Noi donne siamo ingenue, anche di fronte all'evidenza sappiamo giustificare le peggiori bugie dei nostri uomini, ma quello che ho visto nella stanza da letto è stato un brusco risveglio. Ho reagito nella maniera più dissennata ingoiando dei barbiturici.
         Avevo ascoltato le sue parole in silenzio senza interromperla. Ascoltandola avevo rivissuto la mia storia con Giovanna, del tutto simile alla sua, con la sola differenza che allora ero stato io a scoprire mia moglie, nuda, cavalcioni su di un uomo che la scopava.

    Dopo quella confessione provai una certa simpatia per quella donna. Quasi senza accorgermene appoggiai una mano sulla sua e l'accarezzai.
         - Non si preoccupi è tutto finito. - la rassicurai - Ho conosciuto persone che di fronte ad avvenimenti gravi si sono rinchiuse in se stesse costruendosi attorno una fortezza inespugnabile. Avevano l'impressione che nella loro vita nulla avrebbe più avuto senso, finendo col passare senza accorgersene, accanto ad altre occasioni che avrebbero potuto cambiargli vita. Non faccia lo stesso errore, torni a vivere con la determinazione di chi ha ancora tanto da gioire.
         Pronunciai quelle parole con una tale enfasi che senza accorgermene iniziai a stringerle la mano.
         - La ringrazio per le sue belle parole, sono contenta che sia stato lei a prendersi cura di me. Non so come fare per ringraziarla - M'interruppe sorridendo.
         Probabilmente accostando la mano sulla sua mi ero spinto ben al di là delle mie competenze mediche. Ma il modo con cui si era rivolta a me mi aveva fatto scoprire un lato nascosto della sua personalità solo all'apparenza sobria.
         Proseguii nel redigere la cartella clinica annotando la storia delle sue malattie e di quelle dei genitori. Le analisi di funzionalità epatica e la ricerca di eventuali virus diedero esito negativo. Decisi che l'avrei dimessa dopo la visita di un neuropsichiatra.

    Nei giorni seguenti il nostro rapporto diventò ancora più amichevole, mi confidò che il marito era venuto a trovarla e che, di comune accordo, avevano deciso di separarsi. L'idea che mi ero fatto di lei era di una donna intelligente, ricca di forte personalità, che in un momento di difficoltà era crollata, correndo il rischio di togliersi la vita.
         - Domani mattina la dimetto. - dissi entrando nella sua stanza.
         - Stanotte, durante il turno di guardia, le preparerò la lettera di dimissioni. Una volta a casa dovrà consegnarla al medico di famiglia, va bene?
         La sera cenai nella stanza del medico di guardia. Stavo seduto alla scrivania, intento a leggere dei documenti, quando sentii bussare alla porta.
         - Posso entrare?
         La voce era femminile. Dedussi fosse un'infermiera.
         - Avanti! E' aperto.
         Sulla soglia apparve Elena. Indossava una vestaglia aperta sul davanti in nylon trasparente e lasciava intravedere la pelle nuda.
         - Sono venuta a salutarla. Domani non avrò occasione di vederla. Voglio ringraziarla per quanto ha fatto per me. Non so come sdebitarmi con lei.
         - Non si preoccupi, è il mio lavoro. Sono pagato per questo.
         - Non è vero, lei ha fatto molto più di quanto le competeva.
         Mentre pronunciava quelle parole il suo sguardo si era fatto seducente. Sul suo volto mi sembrò di scorgere i lineamenti della mia Giovanna. Preso da un raptus e lusingato dalle sue attenzioni mi alzai dalla poltroncina, le cinsi la vita, e la baciai.
         - Stiamo entrando in acque molto agitate - disse quando mi staccai dalle sue labbra.
         - Lo so. - risposi.
         - Sono felice quando posso stare dove voglio.
         - E sei felice ora?
         - Sì.
         La vestaglia che le copriva il corpo cadde ai suoi pedi insieme alla sottoveste. Le forme del suo corpo erano di una naturale bellezza. Le accarezzai il viso scostandole i capelli di lato. Gli occhi iniziarono a brillare con una certa intensità. Una lacrima le scese lungo la guancia. La strinsi forte al petto carezzandole il capo. Lei, a sua volta, cinse le mani attorno la mia schiena e si aggrappò a me, poi iniziò a piangere a singhiozzo. Per la prima volta, dopo i giorni trascorsi in ospedale, stava liberandosi del peso che si portava dentro.
         - Scusami. - sussurrò, a voce bassa, mettendo in evidenza l'angoscia di cui era prigioniera.
         - Non ti preoccupare, ci sono io vicino a te.
         Presi il suo viso fra le mani e l'accarezzai, poi la baciai sulle labbra. Il sapore salato delle gocce di pianto si mescolarono al gusto mielato della sua bocca. Dopo lo sfogo di pianto la sentii stringersi addosso al mio corpo e le nostre labbra si congiunsero in un bacio appassionato. Penetrai la sua bocca con la lingua assaporando la morbida parete del palato, lei contraccambiò il movimento incrociandola con la sua, titillandola l'una contro l'altra riempiendomi di brividi caldi.

    Ho sempre misurato l'intensità di una passione in rapporto al piacere che sa trasmettermi un bacio. Quella sera, forse per colpa della strana circostanza, rimasi estasiato dal calore delle sue labbra. Lasciai cadere una mano sul ventre della mia ospite. Passando attraverso l'elastico delle mutandine sfiorai i peli del pube impastati d'umore. Elena andò a cercare la cinghia dei miei pantaloni che rovinarono sul pavimento insieme alle mutande. Il cazzo, liberato dalla costrizione degli indumenti rimase sospeso a mezz'aria. Fu svelta ad afferrarlo fra le dita. Si scostò dall'abbraccio e rivolse lo sguardo in basso, al mio uccello, poi si strinse a me.
         Il tocco della mano sull’uccello aumentò il mio desiderio di possederla. Andai a sedermi su di una seggiola e trascinai Elena sulle mie ginocchia. Mi ritrovai davanti agli occhi le sue tette e calai le labbra sui capezzoli impastandoli di saliva. Il tocco della lingua le provocò un certo turbamento. S'inarcò all'indietro con la schiena e cominciò a mugolare di piacere.
         Aiutandomi con la mano infilai l'uccello nella fica. Le abbrancai le natiche attirandole con forza verso di me premendo la punta dell'uccello sul fondo della fessura. Accompagnò i miei movimenti toccandosi le tette con le dita lasciandosi andare a mugolii di piacere. Nel momento in cui raggiunse l'orgasmo gridò:
         - Vengo!... Vengo!...

    Venni anch'io, subito dopo. Appena in tempo per estrarre l'uccello prima che lo sperma si depositasse nel fondo della fica. Scaricai il seme sul suo addome dopodiché ci abbracciammo per alcuni istanti. Uno squillo del telefono interruppe l'idilliaco momento. Allungai la mano verso scrivania e afferrai la cornetta del telefono.
         - Dottore, è arrivato un ricovero. - disse una voce femminile.
         - Vengo subito. Conduce a paziente in infermeria.
         Ci separammo in tutta fretta raccogliendo gli abiti dal pavimento.
         - Mi ha fatto piacere stare con te. - disse.
         - Anche a me. - risposi
         - Quando sarò dimessa spero di risentirti, ci conto, eh!
         - Sì, certo. - promisi.
         - Sarò io a cercarti. Ho bisogno di tempo, devo mettere ordine nella mia vita.
         Le diedi un ultimo bacio e mi allontanai.

    Trascorsero alcune settimane senza che Elena si facesse sentire. Infine presi la decisione di telefonarle, trasgredendo alla promessa che le avevo fatto, ma al suo telefono non rispondeva mai nessuno.
         Una sera una voce femminile si fece viva all'altro capo del filo.
         - Ciao, Elena Sono Marco come stai?
         - Non sono Elena, sono la madre. Elena non c'è più... Elena è morta.

    Elena si era tolta la vita gettandosi dal balcone della propria abitazione pochi giorni dopo essere stata dimessa dall'ospedale.

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    ben disposti

    Postato il 30/1/2007 alle 07:22 - 0 Commenti - Inserisci Commento - Link Permanente

    Io ed Elisabetta avevamo raggiunto sin dall’inizio una forte intesa sessuale e, quasi, ogni giorno passavamo ore a fare sesso.
    Spesso abbiamo avuto rapporti in posti all’aperto (parco cittadino, in villette disabitate, teatro civico in costruzione, in spiaggia) e ovviamente più volte siamo stati beccati in flagrante, questo però, dopo un po’ lo abbiamo notato, anzi che disturbarci spesso ci eccitava.
    Lo scoprimmo durante una giornata di “vela” autunnale, mentre scopavamo su una terrazza di una villetta di S. Elia ci accorgemmo che 2 ragazzi ci stavamo osservando in silenzio e a poca distanza, ciò piuttosto che inibirci ci eccitò al quanto… al punto che da quel giorno fantasticammo su eventuali partecipazioni “esterne”.
    L’occasione capitò durante un weekend in una villetta di amici Torre delle Stelle, eravamo un gruppone quindi dovemmo stivarci in più coppie per ogni camera, con noi vennero in camera Fabrizio e Teresa, i quali flirtavano ma non erano coppia fissa.
    La mattina seguente, dopo una nottata passata a ridere, scherzare e giocare spensieratamente, mi svegliai con una forte erezione e siccome la presenza degli altri non mi dava alcun fastidio (con Fabrizio avevamo fatto diversi campeggi insieme e ne avevamo viste di cotte e di crude, con Teresa ero molto in confidenza e sapevo che di certo lei non si sarebbe turbata granché) iniziai a leccare le tette di Betty.. delle splendide tette sode da 19nne… una 3^ abbondante…questo la mandò subito in visibilio e passò subito al succhiarmi il cazzo.
    I ns traffici svegliarono Fabrizio e Teresa ma fecero finta di dormire sino a quando, mentre scopavo Betty a 4 zampe, le chiesi se aveva voglia di prenderlo anche in bocca…… e fu l’inizio del casino.. infatti Fabrizio su pronto (il furbastro finto dormiente) a proporgli il suo già ben duro proprio nel momento in cui Betty aveva il suo secondo orgasmo e non capiva più nulla….. così lo prese in bocca tenendo gli occhi chiusi e mugolando per il piacere….. Teresa colse la palla al balzo e visto che Betty era momentaneamente KO si fece avanti afferrando i ns uccelli mentre ci guardava negli occhi con uno sguardo incredibile.. ci fece sedere ed iniziò a leccarci entrambi…andammo fuori di testa..
    Il bello fu che le ragazze iniziarono una specie di gara silenziosa a chi era più porca….
    Tra l’altro si dedicarono esclusivamente a noi, loro quasi neanche si sfiorarono… ad ogni idea porca di una sopraggiungeva l’idea più porca dell’altra… alla fine fu un pareggio… erano tutte e due delle grandi porche…non ci lesinarono un solo angolo del loro corpo ed il momento più bollente fu quando vollero che le penetrassimo contemporaneamente………….
    Al che non ressi più e dopo aver fatto venire per l’ennesima volta Betty …sburrai, mentre lei mi masturbava, sul viso di Teresa.

     

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    La cameretta della mia topa!!!

    Postato il 30/1/2007 alle 07:07 - 0 Commenti - Inserisci Commento - Link Permanente

    Un giorno di qualche mese fa mi recai a casa della mia ragazza.
    Suonai e alla porta mi si presentò la madre "Ciao Luca, Lilly è fuori ma torna presto. Entra dai, che prendiamo un caffè mentre l'aspettiamo.".
    Così feci. Prendemmo il caffè e dopo un po' di tempo la madre si accorse finalmente del mio disagio in cucina, visto che ero solo con lei e il marito... così mi disse finalmente "Puoi aspettarla in camera sua, se vuoi". Non me lo feci ripetere due volte...
    Provai più volte a chiamarla al cellulare, ma la solita voce mi diceva che "il cellulare della persona chiamata non è raggiungibile...", e per questo ero alquanto incavolato, visto che non mi aveva detto assolutamente niente.
    Così mi sedetti sul letto di Liliana e accesi un po' la tv. Le mandai un messaggio dicendole che l'aspettavo a casa.
    Ad un certo punto, però, mi prese una certa curiosità per quella cameretta così carina... così da ragazza... e poi si sa, la curiosità è donna, ma non solo...
    Ancora più curioso lo ero per il fatto che stavamo insieme da un paio di mesi e, oltre a qualche toccatina all'interno dei suoi pantaloni, e delle sue magliette, Lilly non mi aveva concesso altro...
    Prima di tutto decisi di curiosare nel mobiletto che aveva accanto al letto. Aprii il primo tiretto: era pieno di mutandine.
    Stando attento a non stropicciarle e a non rimetterle disordinatamente nel tiretto, le presi e le osservai... le annusai, ma l'odore era quello di capi appena lavati. Mi piacquero un casino alcune di esse. Una tutta bianca di cotone con dei cuoricini rossi, una rosa a vita bassa, un altro paio con dei bei merletti... alcune addirittura con delle trasparenze... le immaginai contenere la fichetta e il bel culetto di Lilly... e potevo solo immaginare visto che non l'avevo mai vista nuda.
    Misi a posto e aprii il secondo tiretto: conteneva reggiseni bianchi, rossi, neri, rosa e di varie fantasie. Anche i suoi seni erano per me sconosciuti... li avevo solo toccati e immaginare la sua terza abbondante in quei capi me lo fece drizzare. C'erano anche un paio di camicie da notte.
    Aprii così il terzo e ultimo tiretto: c'era di tutto... assorbenti, pupazzetti vari, diari segreti, riviste tipo "cioè"...
    Scostai attentamente il tutto per vedere cosa c'era sotto: c'erano degli scatolini e, in fondo, un paio di videocassette. Subito maliziosamente pensai si trattasse di film porno... ma, conoscendola, dopo pochi attimi di eccitanti pensieri esclusi l'ipotesi. In quel momento però mi squillò il cellulare e saltai per la sorpresa. Era Liliana: "Amore ho letto il tuo sms. Scusami se non ti ho avvisato, sono andata al centro commerciale con Marcella. Sarò lì tra un'oretta, credo, dobbiamo aspettare lo sviluppo di alcune foto di Marcy."
    Le dissi di non preoccuparsi, che l'aspettavo...
    Avevo così più di un'ora per curiosare... mi ero fatto ormai prendere dalla situazione.
    Presi così subito le due videocassette. Iniziai da quella con il nastro a metà. La inserii nel videoregistratore sotto la sua tv e schiacciai Play...
    Per un momento il cuore mi sobbalzò... non volevo crederci! Sullo schermo della tv apparve una ragazza dai capelli rossi giovane e carina con un enorme cazzo in bocca! Si aiutava con la mano mentre lavorava di bocca quel grande cazzo. Pochi istanti e la ragazza smise di spompinare, l'uomo tirò fuori l'uccello dalla sua bocca, glielo puntò sul viso menandoselo e cominciò a schizzarle forti getti di sborra in faccia... era probabilmente la fine di una delle scene.
    Poco dopo, infatti, lo scenario cambiò e questa volta erano due le zoccolette che si avvicinava a un uomo seduto su un divano. Volevo guardare il film ma decisi di premere Stop. Avrei perso solo tempo.
    Il mio cazzo intanto era duro nei pantaloni.
    Misi la seconda videocassetta e mi accorsi che era alla fine. La riavvolsi di qualche minuto e premetti di nuovo Play: questa volta sullo schermo comparve una donna in mascherina alle prese con due cazzi. Era un film porno amatoriale. Non volevo crederci... la mia dolce ragazza vedeva film porno!
    Dopo aver rimesso a posto le vhs, ripresi a frugare in quell'ultimo cassetto. Presi le tre piccole scatole. Aprii la prima e... NO! Non poteva essere! All'interno vi era un vibratore rosa! "Che troia!" esclamai quasi senza accorgermene. Me lo portai al naso a annusai... profumava di fica... era più che usato, e neanche lavato a quanto pareva...
    Girai la rotellina nera in fondo e cominciò a vibrare. Lo spensi e lo riposi nella scatola... assurdo! Lilly usava un vibratore!
    Aprii la seconda scatola: c'erano delle sue foto... e che foto!
    Erano fatte con la polaroid che le avevo regalato io un mese prima: nella prima la mia ragazza si esibiva solo in mutandine e reggiseno, ma con un'espressione sul viso da gran troia, che le avevo visto solo in quelle rare occasioni nelle quali mi concedeva di toccarla dentro gli slip; nella seconda Lilly esibiva il suo bel culo, comunque coperto dagli slip; nella terza la troia faceva bella mostra delle sue tette... mi arrapai terribilmente e mi infilai una mano nel pantalone.
    Cominciai a menarmelo seriamente alla visione della quarta foto: si vedeva un primo piano delle sue mutandine, con le cosce aperte. Ai lati delle mutandine bianche si intravedeva la peluria.
    Ed ecco che la quinta mostrava finalmente la mia lei nuda... con le sue belle tette e la sua fica pelosetta in mostra...
    La sesta mostrava lei sempre nuda, ma distesa a pancia sotto sul letto con in primo piano il suo culo, la sua fica che si vedeva e non si vedeva tra le gambe... il mio cazzo stava per scoppiare.
    Mentre mormoravo per l'ennesima volta "Che troia..." vidi la settima e ultima foto: lei sul letto nuda a gambe aperte e con la lingue sulle labbra... arrapantissima! Si intravedeva tra i peli della fica anche la dolce entrata...
    Pochi attimi su quella foto ed ecco che, con un urlo soffocato, sentii sgorgare sulla mia mano nei pantaloni il mio caldo sperma. Non avevo resistito. Tirai fuori la mano coperta di sperma e subito presi dei fazzolettini... troppo tardi... una macchia scura era in bell'evidenza sui miei pantaloni!
    Cercai di coprirla con il maglione e riposi le foto nella scatola.
    Presi poi l'ultima e l'aprii: c'erano tre preservativi, due foglietti con due numeri di cellulare, due floppy e un CD. Ahimè non potevo accedere al pc... lei, in pratica, non lo aveva. L'unico pc in casa era quello nello studio del padre, che comunque usava anche lei.
    Chiamai in anonimo i due numeri di cellulare e mi risposero due ragazzi... "Troia!" esclamai più forte. Sentii dei passi in avvicinamento. Riposi frettolosamente il tutto nella scatola e la rimisi nel tiretto. Si aprì la porta: era la mamma.
    "Mi hai chiamato?"
    Se ti reputi una troia anche tu, allora sì, ti ho chiamata, stavo per dirle. "No signora, cantavo..."
    Lei se ne andò e io rimasi di nuovo solo nella camera di Lilly.
    Esplorai anche un po' la scrivania, ma oltre ai suoi diari segreti non trovai più niente di rilevante. Ero tentato di guardarli... ma avrei dovuto manomettere i lucchetti, e poi, di lì a poco sarebbe tornata.
    Così, riaccesi il televisore e feci finta di guardare qualche programma. Pensavo invece alla mia dolce Lilly, tanta casta e perbene con me, ma che in quella stanza, e speravo solo in quella stanza, si trasfomava in una gran troia... la pensai nuda sul letto con il suo vibratore rosa nella fica... la pensai distesa a gambe aperte mentre si masturbava davanti a uno dei suoi due film porno... e lì mi fermai... non volevo pensare al contenuto dell'ultima scatola, quello doveva essere un discorso da affrontare con lei!
    Pensando a tutto ciò il cazzo mi si drizzò di nuovo. Volevo andare in bagno per pulirmi, ma temevo di essere scoperto con quell'enorme macchia di bagnato sui pantaloni. Così decisi di aspettare Liliana e di pensare intanto a come comportarmi con lei una volta arrivata...
    Di lì a venti minuti, si sentì suonare il campanello. Qualcuno aprì la porta... era arrivata Lilly...

     

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    L'uomo lupo

    Postato il 30/1/2007 alle 07:02 - 0 Commenti - Inserisci Commento - Link Permanente

    Mi trovo in una gabbia, la luna piena stimola in me una potente crescita di pelo. Ora sono un animale forte e libero fuori dalla gabbia. bramo soltanto vendetta verso colui che mi ha catturato. Corro lungo la campagna attirato soltanto dal profumo di donna. Mi ritrovo presto di fronte alla sua finestra: sta facebdo la doccia e posso senza fatica vedere il suo corpo dalla finestra. Presto sono dentro! la afferro, la stendo. Lei grida ma nessuno la sente. Prima di penetrarla la lego ben stretta. Vorrei farla godere ma il desiderio di sangue, il sangue della moglie del mio carnefice, prevale. Lei grida e io godo nel sentirla gridare. Per aumentare il mio godimento uso il manico di una scopa e glielo infilo nel di dietro. Lei sta per svenire ma io comincio a prenderla a schiaffi. Poi inizia il rapporto: il più animalesco della storia. Anche lei gode!!!!

     

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    Pina Agrippina..

    Postato il 19/1/2007 alle 06:35 - 0 Commenti - Inserisci Commento - Link Permanente

    Mi chiamo Agrippina, ma tutti mi dicono Pina, Non sono bella, però molto provocante, mi aiuta il fatto di avere una bocca grande con delle labbra super carnose e un culo molto pronunziato che io metto sempre in mostra con gonne e pantaloni attillatissimi. In realtà non avrei bisogno di stuzzicare i maschi perchè appena mi vedono con le mie labbra e le mie chiappe si arrapano subito, ma io sono una porcona e allora approfitto della famosa metropolitana per mettere in pratica le mie fantasie.
    Tutti i giorni, dopo aver finito le faccende di casa, sono una casalinga, mi aggiusto bene e vado a fare un giro in metropolitana. Se mi metto i pantaloni non indosso biancheria intima se opto per la gonna, appena sopra il ginocchio e rigorosamente con lo spacco dietro, metto solo uno dei miei tanti variopinti TANGA. Metto sempre un abbondante strato di rossetto rosso vermiglio sulle mie labbra da bocchinara e sopra un bel paio di scarpe con tacco alto almeno 14 centimetri mi avvio sculettando alla fermata vicino casa.
    Non scelgo mai le ore di punta, non mi piacciano i carnai dove no riconosci una toccata da un'altra, io voglio individuare bene chi mi tocca e amo vedere che altra gente mi guardi mentre mi "pastrucchiano".
    Sono lì ferma con la gente intorno aspettando il prossimo arrivo, scruto tutti di sottecchi, ma faccio finta di essere assorta nei miei pensieri e ogni tanto, quasi sbadatamente, mi lecco le labbra tirando fuori esageratamente la lingua quasi volessi toccarmi la punta del naso, poi con un rumorino di risucchio la rimetto in bocca. Sento addosso gli sguardi dei maschi, che mi scrutano prima la faccia e naturalmente la bocca, poi giù giù fino al sedere che io con molta maestria lo rendo ancor più invitante sporgendolo all'indietro esageratamente, sempre come se fossi sola per strada, non curandomi di loro.
    Finalmente arriva con uno stridio quasi fastidioso "il metro".Mi avvio all'entrata del vagone meno pieno, e mi rendo conto che dietro di me si forma un piccolo drappello di quei maschi mi stavano osservando prima,salgo e...

     

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    Quella troia di mia cugina

    Postato il 19/1/2007 alle 06:08 - 1 Commenti - Inserisci Commento - Link Permanente

    Tra mè e mia cugina c'è sempre stato un rapporto particolare ,da piccoli giocavamo sempre insieme,eravamo molto attaccati, spesso giocavamo, giochi innocenti ma pruriginosi, per la nostra età, poi diventati grandi le strade per un po di anni si divisero, le vicende della vita ci portarono a rifrequetarci anni dopo, io ventenne lei 19, si era fatta molto bella, bionda occhi chiari, un fisico impeccabile,una sera la invitai a casa mia per fare quattro chiacchere e raccontarci le nostre vicissitudini, arrivo alle nove, io havevo preparato in salotto vavanti al televisore ,un DVD ,una bibta fresca, una serata tranquilla a parlare con la mia cuginetta, apri la porta e... "be non mi fai entrare? sto bene vestita cosi?" mi assali con tono deciso ,mentre io ero rimasto abbagliato dalla sua avvenenza, che francamente non ricordavo, sopra ai tacchi a spillo vertiginosi delle scarpe risaltavano le sue gambe lunghe e diritte, velate da un 'autoreggente nera e scoperte da una mini,nera, molto corta e aderente, un corto giacchino nero , sotto una camicetta trasparente,nera, i capelli ,biondi e lunghi, le incorniciavano il viso ,angelico,e sapientemente truccato per fare risaltae i suoi bellissimi occhi verdi, la feci accomodare sul divano si sfilò il giacchino e rimase in camicetta con le tettine che sembravano essere trattenute a fatica, sedendosi accavallo' le gambe e fece salire la mini lasciando il bordo delle autoreggenti in vista,io ero visibilmente turbato da quella vista ,lei per nulla imbarazzata, attaco il discorso alternando spesso l'accavallamento delle gambe,e lasciando sempre piu scoperte la gambe ,ogni tanto si ricomponeva ,cercando di coprirsi ,ma era inutile al primo movimento tornava tutto come prima, io le ero seduto a fianco e facevo finta di nulla ,tanto mi dicevo, è mia cugina, i discorsi continuarono piacevolmente per molto tempo fino a che lei non disse "ti ricordi quando eravamo piccoli che mi portavi in bagno, ti spogliavi, e mi dicevi, tirandoti fuori il pistolino, vuoi toccarlo? toccalo, e io te lo prendevo in mano ,lo annusavo e ci giocavo un po a te piaceva tantissimo" "si si "risposi io un po imbarazzato "eravamo piccoli io avevo 8 anni e tu 7" "si eravamo piccoli pero mi ricordo come se fosse ieri come te lo toccavo e mi inginocchiavo per annusarlo e baciarlo" rispose lei divertita ridendo, io con questi discorsi, e la sua vicinanza, mi stavo eccitando, poi a vederla cosi bella e sexi non riuscivo piu a controllarmi e i pantaloni della tuta non mi aiutavano, tentai di cambiare discorso ,ma lei spesso ritornava,divertita, a parlare dei nosrti giochi, poi si alzo con la mini che ormai gli arrivava sotto al culo lasciando ampiamente scoperte le gambe, velate dalle autoreggenti,senza tentare di ricoprirsi, porto le mani in alto tra i capelli, per raccoglierseli a coda, e mi disse "adesso.... come mi trovi?"
    "e come ti trovo!.....bellissima ti trovo e anche eccitantissima vestita cosi" gli risposi io imbarazzatissimo "ma ti vesti sempre cosi" gli chiesi , "no mai ho voluto provare stasera a cambiare per vedere che efetto facevo " rispose sicura "e mi sembra che l'efetto sia piu che positivo " aggiunde guardandomi in mezzo alle gambe sorridendo,io a quel punto non sapevo piu cosa fare , allora lei prese l'iniziativa "ti và di rifare quel vecchio giochetto?" "quale?" chiesi io cercando di glissare, "ti spogli nudo qui davanti a me e io ti tocco ,come volevi tu" cosi dicendo si sfilo la mini e la camicetta rimase vestita con le sole autoreggeti perizzoma e tacchi a spillo passandosi le mani sui capelli in maniera provocante "su dai dai" insistè ,io eccitatissimo mi tolsi la felpa, e lei inizio ad accarezzarmi i petorali e poi scese nei fianchi , sfilandomi in un solo colpo pantaloni e mutande ,lasciandomi cosi completamente nudo davanti a lei, lo prese con le sue belle mani lisce e ben curate ,con le unghie color argento, inizio a masaggiarmi l'asta e i testicoli, poi mi scapello con vigore e con l'altra mano pasava la punta delle dita sul glande mugolando e dicendomi "che bello grosso liscio e caldo, sai io non l'ho mai fatto sono ancora vergine, ti faccio lo stesso qualcosa di bello se vuoi" io ero completamente nelle sue "mani" e con un filo di voce strozzata dall'eccitazione gli dissi " fai quello che vuoi" inizio' allora a scapellarmi in maniera sempre piu vigorosa lasciando il glande ormai viola sempre scoperto, mi fecesedere e lei di fianco a me si chino ed inizio a leccarlo con delicatezza, mentre gli accarezzavo le tetine ed il culetto mettendogli anche una mano in mezzo alle gambe e ,sentendo che era bagnata gli infilai dentro un dito, lei continuava a leccarlo poi lo mise in bocca ed inizio a farmi un pompino eccezzionale leccando e succhiando da vera professionista, a volte me lo prendeva delicatamente con i denti ,facendomi provare dei brividi inimmaginabili, si stacco per un attimo per dirmi "sborrami in bocca" e poi lo rimise in bocca e non lo mollo piu finche non smisi di sborrare, succhiando fino all'ultima goccia "come sono andata?ti è piaciuto un po? io ....è la prima volta che lo faccio .." mi chiese proocupata, "sei stata eccezzionale come una vera proffesinista, ma chi ti ha inseganto?" chiesi "nessuno, però con le amiche ne parliamo spesso, loro lo fanno gia ai loro fidanzati, io il ragazzo non ce lhò e ho voluto provare lo stesso, con te ti è dispiciuto?" rispose ,quasi imbarazzata mentre si rivestiva, "no no mi è piaciuto tantissimo, e anche se siamo cugini non penso ci siano probblemi per farlo ancora" gli proposi ,la cosa fu acettata e sorridendo e baciandomi sulla bocca se ne andò dandomi appuntamento per sabato pomeriggio...

     

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    Completino intimo

    Postato il 19/1/2007 alle 05:54 - 1 Commenti - Inserisci Commento - Link Permanente

    Ho una moglie che è un gran pezzo di fica e anche una gran troia. Un giorno siamo usciti per comprare delle cose, e passando vicino ad un negozio di intimo ha notato su un manichino un bel completino, un perizoma nero da favola con autoreggenti, e voleva a tutti i costi comprarlo. Entrata nel negozio ha cominciato a guardare chiedendo alla commessa se poteva dargli la sua taglia e se poteva misurarlo. La ragazza all'niziuo non voleva farlo misurare ma poi con un po di insistenza accettò, cosi mia moglie entrò nello stanzino il quale si chiudeva solo con quelle tendine che in poche parole dai lati lasciano vedere tutto, cominciò a spogliarsi e in un attimo restò nuda in quanto indossava solo la solita mini con una camicetta sopra, io intravedevo nella commessa un certo interesse nel notare mia moglie mentre si muoveva e si specchiava, e la stessa cosa notò mia moglie cosi con un aria maliziosa la chiamò e con la scusa di portargli altro intimo la fece avvicijnare a lei e le sussurrò, perchè mi guardi cosi ti piaccio? La ragazza prima diventò rossa ma poi rispose senza tremore, si lei è una bellissima donna, non fini nemmeno di parlare che mia moglie gli prese una mano e la poggiò sul suo seno, la ragazza per nulla n imbarazzo portò l'altra mano tra le sue cosce e iniziarono a strusciarsi a vicenda, cominciarono a slinguettarsi a toccarsi e con immenzo piacere mio mi presero e cominciarono a spogliarmi, la commessa afferrò il mio cazzo tra le sue mani e cominciò a sentirlo sempre piu duro mentre mia moglie gli leccava la fighetta tutta bagnata e depilata, una volta bella lubrificata portò il cazzo dietro di lei, messasi alla pecorina e dopo un paio di strofinate sulla figa appoggio la cappella sul buco emi disse, adesso con una bella spinta fammi entrare pure le palle, e cosi feci cominciai aspingere e nel momento di venire mia moglie lo tiro fuori e se lo mise in bocca , ma la ragazza voleva bere anche lei e cosi inchinandosi cominciaronoa a sbocchinare entrambe e a bere la mia sbora dopo di che una masturbava l'altra fino ad avere un orgasmo esagerato, la ragazza ci ringrazio e ci disse che quando volevamo saremmo potuti tornare.

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